Le pietre naturali per affilatura nascono molto prima di qualsiasi teoria sull’abrasione: nascono dal bisogno concreto di mantenere utensili e lame funzionanti nel tempo. In Giappone come in Europa, l’estrazione delle pietre inizia quando si comprende che alcune rocce, per struttura e composizione, sono in grado di lavorare il metallo in modo controllabile. In Europa l’uso di arenarie e scisti affioranti è documentato già in epoca antica, legato a contesti artigianali e agricoli, con cave spesso locali e destinate a un impiego eminentemente pratico. In Giappone, invece, a partire almeno dal periodo Heian, l’affilatura assume un ruolo sempre più centrale nella lavorazione degli utensili e soprattutto delle lame, portando allo sfruttamento sistematico delle cave di Kyoto e delle regioni circostanti. Qui la pietra non è solo un mezzo, ma parte integrante del processo tecnico che definisce il risultato finale.

Con l’avvento dell’industrializzazione, molte cave europee vengono progressivamente abbandonate o ridimensionate, soppiantate da abrasivi artificiali più rapidi e standardizzabili. Un percorso simile avviene anche in Giappone, seppur in modo meno netto: alcune cave continuano a operare, altre si esauriscono o vengono chiuse, trasformando molte pietre naturali in risorse limitate, non replicabili e legate a un sapere che rischia di perdersi. Oggi le pietre naturali giapponesi ed europee sopravvivono non per nostalgia, ma perché offrono modalità di lavoro diverse: una risposta al metallo meno uniforme, una velocità modulabile, un’interazione diretta con il gesto dell’operatore che nessun abrasivo sintetico può riprodurre in modo identico.

 

 

Questa sezione nasce per offrire un primo orientamento nel mondo delle pietre naturali giapponesi ed europee, un universo complesso in cui storia, geologia ed esperienza pratica si intrecciano in modo inscindibile. Qui vengono tracciati i grandi filoni, le differenze di approccio e le caratteristiche generali che definiscono queste pietre come strumenti, non come oggetti da collezione. È un punto di partenza, non di arrivo: l’obiettivo è fornire le basi per comprendere il contesto e stimolare un approfondimento più ampio, perché le pietre naturali non si esauriscono in una descrizione. Si comprendono davvero solo con il confronto, la pratica e la condivisione dell’esperienza, dove il dialogo resta aperto e in continua evoluzione.

 

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Belgio

 

La Coticule:

La Coticule nasce in ambiente sedimentario marino nel Devoniano. Non parliamo di un filone vulcanico puro. Parliamo di sedimenti fini — argille, ceneri vulcaniche, materiale siliceo — che si depositano sul fondo di un mare antico. Dentro quel mare vivevano anche organismi microscopici con guscio siliceo. Le loro strutture, una volta fossilizzate, entrano nella matrice rocciosa. Non sono l’elemento dominante, ma contribuiscono alla componente silicea diffusa nella pietra.

Poi arriva il metamorfismo: pressione, temperatura, orogenesi varisica. In quel processo si formano i cristalli di granato spessartina, microscopici, distribuiti in una matrice di silicati fini. Non è una roccia omogenea. È un mosaico minerale.

La spessartina è l’attore principale perché è dura, molto più della matrice che la ospita. Ma la matrice stessa contiene quarzo finissimo, fillosilicati, residui silicei di origine organica e vulcanica. Questo significa che la Coticule non lavora solo per effetto dei granati “liberati”, ma anche per abrasione diffusa della superficie.

Quando generi slurry, la matrice si consuma e rilascia granati che diventano abrasivi mobili. È in quel momento che la pietra può sorprendere per velocità. Non è una sgrossatrice, ma può correggere un filo se lavorata con pressione e sospensione densa.

Quando diluisci, la concentrazione abrasiva cala. Restano meno particelle libere, e la superficie diventa più controllata. Ad acqua pura, lavori quasi solo con la parte fissa e con pochissimo distacco di particelle. Il comportamento cambia radicalmente.

Molti la descrivono come “dolce”. È una parola abusata, ma qualcosa di vero c’è. Il granato non ha spigoli taglienti come certi cristalli di quarzo fratturati. Lavora con una geometria più tondeggiante. Il risultato è un filo molto uniforme, con microseghettatura contenuta. Non è una lucidatura speculare estrema, ma è una finitura funzionale alla pelle.

Le vene sono diverse tra loro. Gli strati hanno spessori irregolari, a volte pochi centimetri. Ogni vena ha proporzioni leggermente differenti di granato e matrice. Alcune sono più veloci, altre più fini. Non è marketing, è geologia stratificata. La selezione del banco è tutto.

Un altro aspetto poco discusso: la Coticule è relativamente tenera rispetto a molte ardesie compatte. Questo significa che si consuma più facilmente e richiede manutenzione. Ma significa anche che “si rinnova” costantemente durante l’uso. È una pietra viva, nel senso meccanico del termine.

Non è universale. Sugli inox moderni molto duri può sembrare lenta. Su acciai al carbonio tradizionali vintage sembra invece lavorare in modo estremamente armonico. Non perché ci sia magia, ma perché quei carboni relativamente semplici rispondono bene a un’abrasione fine e progressiva.

Le cave attuali sono poche rispetto al passato. L’estrazione è complessa perché le vene non sono massive e uniformi. Non stai tagliando blocchi di granito. Stai inseguendo strati sottili in mezzo a roccia meno interessante. È un lavoro selettivo, quasi chirurgico.

E qui arriva il punto che spesso sfugge: la Coticule non è una pietra da “numero grit”. Non funziona bene se la riduci a 8.000 o 10.000. Funziona come sistema progressivo in sé, se sai gestire la sospensione e diluizione. È una pietra che premia il controllo e punisce l’approssimazione.

Il filo che produce non è il più lucido al microscopio assoluto. Ma è stabile, uniforme e molto gestibile sulla pelle. Per questo ha attraversato due secoli di rasatura senza scomparire.

In fondo stiamo parlando di un frammento di mare devoniano, compresso dalle montagne, che oggi decide la qualità di una rasatura mattutina. Geologia, pressione, silice fossile, granati microscopici… e poi una lama sottile che scorre sul volto.

È Fisica applicata a qualcosa di estremamente quotidiano.

 

La Belgian Blue Whetstone:

Se la Coticule è la parte “nobile” della formazione, la Belgian Blue Whetstone è la sorella più massiccia e meno aristocratica. Nasce nello stesso contesto geologico delle Ardenne, nel sud del Belgio, e condivide la stessa origine Devoniana. Stesso mare antico, stessa storia di sedimenti fini, stessa compressione durante l’orogenesi varisica.

La Belgian Blue contiene gli stessi granati spessartina, ma in percentuale inferiore rispetto alla Coticule. La matrice è più abbondante, più compatta, e la pietra nel complesso è più spessa e strutturalmente più stabile. Non è una vena sottile come molte Coticule: è uno strato più generoso, più facile da estrarre.

Anche qui trovi silicati diffusi, quarzo finissimo e componenti silicee sedimentarie, inclusi residui microscopici di origine organica. Ma l’elemento determinante resta la densità di granato: meno granato significa meno concentrazione abrasiva.

Tradotto in pratica: la Belgian Blue è più lenta. E soprattutto è meno fine.

Non è una finisher primaria da rasoio nel senso classico. Può arrivare a una finitura buona, pulita, ma raramente raggiunge la delicatezza di una Coticule ben selezionata. Storicamente è stata usata molto come pietra di pre-finitura, oppure per utensili fini. Nei rasoi, il suo ruolo più logico è quello di preparare il filo prima dell’ultima fase.

C’è però un aspetto interessante. La Belgian Blue è più dura e meno friabile della Coticule. Si consuma meno rapidamente e genera sospensione con più difficoltà. Questo la rende più stabile sotto pressione. Con sospensione densa può lavorare in modo sorprendentemente efficace per uniformare un filo già impostato.

Ad acqua pura diventa molto controllabile, ma non diventa improvvisamente una super-finisher. La granulometria effettiva, se vogliamo usare un parallelo moderno, resta nel medio-fine. Non è una 10.000 equivalente. È più onesto considerarla una pietra tra la 4.000 e la 6.000 sintetica in termini funzionali, con la variabilità naturale che la caratterizza.

Un altro punto importante: la Belgian Blue non è semplicemente “una Coticule meno buona”. È una parte diversa della stessa formazione. In molte estrazioni storiche le due erano naturalmente accoppiate nello stesso blocco, con la Coticule come strato sottile sopra la Blue. Questa combinazione è diventata quasi iconica: prima lavori sulla Blue, poi passi alla Coticule.

Dal punto di vista sensoriale, la Blue è più silenziosa, meno “setosa” rispetto alla Coticule. La lama scorre con una sensazione leggermente più solida, meno cremosa. Non è una differenza mistica, è solo la conseguenza della diversa concentrazione abrasiva.

Sugli acciai al carbonio tradizionali si comporta bene come pietra di raffinazione intermedia. Sugli inox moderni è ancora più lenta. Non è una pietra da correzioni importanti di bisello, ma può sistemare piccoli difetti prima della finitura.

GERMANIA

Thuringian Waterstone: